Brain fog e decadimento cognitivo: un supporto dalla natura con estratti standardizzati
Una nuova emergenza cognitiva?
Mens sana in corpore sano, dicevano i latini già nel I secolo d.C.; tuttavia, dalle più recenti indagini epidemiologiche emerge che ciò è sempre meno vero, nonostante la cura del proprio corpo e della propria salute siano ormai abitudini consolidate. D’altro canto, se la prontezza mentale è sempre stata percepita come un privilegio dell'età più giovane, e la sua graduale erosione come un'inevitabile conseguenza dell'invecchiamento, i dati più recenti mostrano una realtà molto diversa e più preoccupante.
Uno studio condotto negli USA su scala nazionale ha rilevato che la prevalenza complessiva di disabilità cognitiva autoriferita è salita dal 5,3% nel 2013 al 7,4% nel 2023. L'aumento più pronunciato riguarda gli adulti sotto i 40 anni, nei quali i tassi sono quasi raddoppiati: dal 5,1% al 9,7% nell'arco di un decennio. Paradossalmente, negli over 70 si registra nello stesso periodo un lieve calo. Non è più, dunque, un fenomeno legato solo all'invecchiamento fisiologico.
Riguardo al genere, non sono state riportate differenze significative, ma la leggera prevalenza in ambito femminile emersa all’inizio dello studio (2013) si era invertita alla fine (2023).
Il fenomeno ha acquisito visibilità mediatica con la pandemia da COVID-19: una metanalisi su oltre 25.000 pazienti ha stimato una prevalenza di brain fog pari al 30% nei pazienti affetti da long-COVID, con le donne che mostrano tassi significativamente più elevati rispetto agli uomini (34% vs 23%).
Tuttavia, è sul fronte delle cause ambientali e degli stili di vita che emergono con evidenza alcuni fattori ricorrenti: stress cronico, privazione del sonno, scarsa qualità nutrizionale, sedentarietà, eccesso di stimolazione digitale.
Una tensione millenaria: la ricerca della lucidità mentale come benessere integrale
La celebre locuzione di Giovenale, riportata nelle Satire (X, 356), è ancora oggi una lucida sintesi dell'ideale di benessere integrale. Ma anche altre tradizioni hanno cercato di raggiungere un equilibrio tra benessere fisico e mentale. Nella medicina ayurvedica, i rimedi classificati come medhya rasayana — letteralmente "che nutrono l'intelletto e ringiovaniscono" — occupano un capitolo a sé stante nell'Ashtanga Hridayam, il trattato del VI secolo d.C. del medico Vagbhata. Nella medicina tradizionale cinese, i "tonici del qi" per la mente erano riservati ai letterati e ai funzionari imperiali: la lucidità mentale era una preziosa risorsa di Stato.
Brain fog e decadimento cognitivo: due fenomeni distinti
Oggi la tensione millenaria verso il benessere fisico e la chiarezza cognitiva sembra messa in crisi da uno stile di vita sempre più stressogeno.
È importante distinguere tra due condizioni spesso confuse nel linguaggio comune.
Il brain fog — letteralmente "nebbia cerebrale" — non è una diagnosi clinica, ma un insieme di sintomi soggettivi quali difficoltà di concentrazione, rallentamento della memoria a breve termine, affaticamento mentale, lentezza nel trovare le parole opportune o nel prendere decisioni. È una condizione diffusa, spesso sottovalutata, fortemente correlata a stress cronico, disturbi del sonno, disregolazione ormonale, infiammazione e stato ossidativo.
Il decadimento cognitivo lieve (in inglese: Mild Cognitive Impairment o MCI), invece, è uno stadio clinicamente riconosciuto e misurabile, intermedio tra il normale invecchiamento cognitivo e la demenza conclamata. Chi ne soffre presenta un declino oggettivo in una o più aree cognitive — memoria, attenzione, funzioni esecutive, velocità di elaborazione — che va oltre quanto atteso per l'età, senza però compromettere in modo significativo le attività quotidiane. Si tratta, inoltre, di uno stato reversibile, che non necessariamente evolve in demenza.
I due fenomeni non sono comunque nettamente distinti: il brain fog cronico, non gestito, può evolvere verso forme più gravi di compromissione cognitiva. Ed è proprio in questa fase subclinica che il supporto dei botanicals può rivelarsi utile.
Il ruolo dell'asse HPA: perché lo stress cronico può danneggiare le facoltà cognitive
Per capire perché piante adattogene e altri botanicals che agiscono sull'asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) abbiano un razionale di impiego nel supporto cognitivo, è necessario comprendere il meccanismo fisiologico dello stress.
L'asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) è il principale sistema di risposta allo stress dell'organismo. Di fronte a un agente stressogeno, l'ipotalamo rilascia il fattore di rilascio della corticotropina (CRH), che stimola l'ipofisi a produrre ACTH (ormone adrenocorticotropo), che a sua volta induce la corteccia surrenale a rilasciare cortisolo, il cosiddetto ormone dello stress. È un meccanismo adattivo prezioso nel breve termine: l’attivazione di questa cascata consente infatti la reazione di “attacco o fuga”: il cortisolo attiva il metabolismo, mettendo a disposizione dell’organismo un surplus di glucosio, sopprimendo invece i processi che consumano energia, quali, ad esempio, il sistema immunitario.
Se lo stress perdura nel tempo, l’eccesso di cortisolo può avere effetti dannosi su diverse funzioni, come quella immunitaria, endocrina, cardiovascolare, e a livello del sistema nervoso centrale.
Un eccesso cronico di cortisolo agisce negativamente sull'ippocampo — la regione cerebrale essenziale per la memoria e l'apprendimento — riducendo la neurogenesi, danneggiando le sinapsi e compromettendo la trasmissione glutammatergica. Può provocare, inoltre, disturbi del sonno, con difficoltà nell’addormentarsi o risvegli frequenti, che a loro volta hanno un impatto negativo sulle capacità cognitive.
Le piante adattogene — che modulano la risposta dell'asse HPA e riducono i livelli di cortisolo in condizioni di stress cronico — possono dunque svolgere un'azione che va oltre la semplice riduzione della stanchezza e che interessa direttamente la salute cognitiva. Più in generale, tutte le piante che modulano il rilascio di cortisolo possono risultare utili.
Quali piante possono essere d’aiuto?
Panax ginseng — il rimedio a tutti i mali — e altre piante adattogene
Il ginseng è probabilmente la pianta medicinale più antica di cui si abbia notizia. Conosciuta da circa 7.000 anni, è citata tra le piante di maggior pregio nel Shennong Bencao Jing, la farmacopea cinese risalente a oltre duemila anni fa, dove veniva classificata come rimedio superiore (shang pin), adatto non a curare le malattie, ma a coltivare la vitalità e prolungare la vita. Se ginseng in cinese significa “pianta dell’uomo” per il suo aspetto antropomorfico, il termine Panax, che identifica il genere botanico di queste piante appartenenti alla famiglia delle Araliaceae, deriva dal greco antico con un significato simile a quello latino di panacea, cioè “rimedio a tutti i mali”.
Un ruolo analogo svolge da 3.000 anni nella medicina tradizionale indiana l'Ashwagandha (Withania somnifera), nota non a caso come "ginseng indiano", rasayana per eccellenza nell'Ayurveda, e dalla Maca (Lepidium meyenii), il "ginseng delle Ande", coltivata sulle montagne peruviane fin dall'epoca preincaica come alimento e tonico della resistenza fisica e cognitiva.
L'effetto adattogeno e cognitivo del ginseng è mediato principalmente dai ginsenosidi, saponine triterpeniche tetracicliche che, avendo una struttura chimica simile agli ormoni corticosteroidi, esercitano un'azione modulatoria sul sistema nervoso centrale attraverso meccanismi multipli: regolazione dei neurotrasmettitori, riduzione dello stress ossidativo neuronale, azione antinfiammatoria e modulazione dell'asse HPA. I ginsenosidi del gruppo Rb1 e Rg1 sono i più studiati per gli effetti sulla memoria e sull'apprendimento.
Una revisione sistematica e metanalisi del 2024 ha confermato un effetto positivo di preparazioni a base di ginseng sulla funzione cognitiva, specialmente sulla memoria.
È anche necessario sottolineare l’enorme eterogeneità dei prodotti a base di ginseng presenti sul mercato e la loro qualità variabile. Un’adulterazione molto comune consiste, ad esempio, nell’utilizzare le parti aeree della pianta al posto della radice, dal momento che le prime sono meno pregiate dell’organo ipogeo e molto più economiche. Le foglie però hanno un contenuto e una composizione in ginsenosidi differenti da quelli delle radici, che si traduce in una diversa attività biologica.
Se vuoi scoprire come si differenzia il nostro estratto di radice di ginseng di alta qualità da campioni commerciali ottenuti in parte o in toto dalle foglie, scarica la nostra brochure.
Le proprietà anti-stress della Scutellaria lateriflora e della Lavandula angustifolia
Un rimedio naturale meno noto è invece la Scutellaria lateriflora, un’erba perenne originaria del Nord America, tradizionalmente usata per favorire il rilassamento e il sonno.
Uno studio pubblicato a gennaio 2024 ha contribuito a porre le basi scientifiche di questo utilizzo, dimostrando come un estratto di Scutellaria lateriflora L. caratterizzato chimicamente (BlueCALM®) svolga un’azione inibitoria significativa sul rilascio di cortisolo in un modello in vitro.
Alla luce di questi risultati, BlueCalm® è stato testato come ingrediente nutraceutico in uno studio clinico recentemente pubblicato, il cui obiettivo primario era di valutare l’efficacia dell’integratore alimentare nel mantenimento di un corretto equilibrio sonno-veglia (qualità del sonno) e, come obiettivo secondario, l’efficacia del sonno, attraverso la compilazione di questionari validati, riconosciuti internazionalmente, e di un diario del sonno. I risultati hanno dimostrato un miglioramento statisticamente significativo rispetto alla linea di base in tutti i volontari trattati.
Per saperne di più su BlueCALM®, il nostro estratto secco titolato al 10% in baicalina, da filiera italiana (lombarda e trentina), identificato mediante DNA barcoding per evitare adulterazioni da specie morfologicamente simili ma epatotossiche del genere Teucrium, scarica la nostra brochure.
Anche l’estratto secco di lavanda prodotta da EPO, standardizzato in polifenoli e ottenuta esclusivamente da Lavandula angustifolia Mill., in un modello sperimentale comunemente usato per investigare il meccanismo d’azione di molecole con attività antiansia, ha significativamente inibito il rilascio del cortisolo, con lo stesso meccanismo d’azione già messo in evidenza anche per la Scutellaria lateriflora L. (BlueCALM®).
La standardizzazione: perché non tutti gli estratti si equivalgono
Un tema trasversale a tutte le piante trattate — e spesso sottovalutato nelle formulazioni commerciali — è la standardizzazione degli estratti. Le materie prime vegetali sono per loro natura variabili: il contenuto in principi attivi dipende dall'origine geografica, dal periodo di raccolta, e, soprattutto, dal metodo produttivo. Ciò può influenzare l’efficacia e la sicurezza dell’estratto impiegato.
EPO Srl, con oltre 90 anni di esperienza nella produzione di estratti vegetali, garantisce per i propri estratti una titolazione in principi attivi attraverso metodi analitici ufficiali e validati. Per i Branded Extracts, EPO fornisce inoltre studi di efficacia con particolare attenzione alla bioaccessibilità e alla biodisponibilità, che sono i fattori determinanti per la traduzione dell'attività in vitro in effetto clinicamente rilevante.
Per informazioni sugli estratti EPO, visita www.eposrl.com o contatta il team commerciale EPO.